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La parola emigrazione, troppo spesso è legata alla parola sfruttamento. Sono stati tanti, troppi i nostri connazionali sfruttati, sfruttati dai “padroni”, oppressi dalle cattive condizioni di vita, privati dei propri diritti, della propria libertà. Molti di loro ce l’hanno fatta, hanno combattuto a testa alta, contro chi li ha sfruttati, contro chi spesso gli ha fatto perdere persino la dignità. Altri ancora, no, non hanno mai avuto un momento di redenzione, spesso sono rimasti in quella terra, i loro corpi giacciono chissà dove, in una terra lontana, senza una sepoltura, senza aver ottenuto quel riscatto sociale tanto agognato.  

Lo sfruttamento dell’emigrazione italiana, inizia fin dai primordi di questo fenomeno: gli Italiani vennero sfruttati da chi  organizzava i viaggi della speranza, principalmente per l’America. Successivamente, i migranti venivano sfruttati dai loro connazionali, che promettevano loro, tramite lettere, grandi benefici economici, quando nella realtà il loro lavoro era pari a quello degli schiavi. Anche il biglietto navale prepagato, diveniva, una volta raggiunta la destinazione, una forma di sfruttamento, poiché per diversi mesi, gli emigrati Italiani dovevano lavorare gratis per poter restituire, al proprio datore di lavoro, l’intero importo del biglietto.

Quando i giovani Italiani partivano per l’America immaginavano dentro di loro, condizioni di vita migliori, rispetto a quelle che avevano lasciato, programmavano il futuro, che doveva essere prospero. Quasi mai però quello che immaginavano corrispondeva a ciò che avevano trovato al loro arrivo. I lavoratori Italiani venivano sfruttati per più di 12 ore al giorno, dovevano dormire nelle “baracche”, piccoli container fatiscenti dove erano ammassati, con il bagno in comune. 

In Brasile, ad esempio, la manodopera italiana, servì a sostituire il lavoro che facevano gli schiavi, prima dell’abolizione della schiavitù. Gli Italiani, erano visti diversamente, però dovevano svolgere gli stessi lavori degli schiavi. Anche durante l’emigrazione verso il Nord Europa, la situazione rimase la stessa, ricordiamo il Belgio, con la tragedia di Marcirelle, del 1956. In questa immensa tragedia, morirono 136 Italiani, rimasti, per sempre, sepolti, dal crollo della miniera. Lavorare senza protezione, a contatto con sostanze pericolose, a diversi metri sotto terra, queste erano le condizioni di tanti Italiani. 

I tanti emigrati italiani, dovevano svolgere i lavori che i francesi, i tedeschi, i belgi, gli svizzeri, non volevano fare più. E’ un po’ come succede, oggi, in Italia, con gli immigrati. Agli Italiani, inizialmente, venivano offerti i lavori più umili, più pericolosi, in particolare nelle fabbriche chimiche, i lavori più pesanti, nel campo della metallurgia o dell’industria dei mattoni.

Molti dei nostri connazionali emigrati erano consapevoli di questo sfruttamento, ma non avevano altra scelta, o lavorare o vivere nella povertà più assoluta. Proprio questa mancanza di alternativa portò tanti Italian, a continuare ad abbassare la schiena, a lavorare nonostante tutto. La caparbietà degli Italiani li ha portati a superare tanti soprusi, a lottare per la propria dignità.