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Il lavoro degli emigrati italiani è sempre stato duro, sporco, talvolta umiliante. Gli emigrati italiani portavano con loro la forza delle braccia, svolgevano spesso i lavori più impegnativi rifiutati dagli altri, tra cui il lavoro in miniera, il piccolo commercio ambulante, le opere stradali o ferroviarie, in grado di garantire guadagni immediati da inviare alle proprie famiglie rimaste in Italia. In tal modo, negli anni preceenti il primo conflitto mondiale, gli immigrati riuscirono a mettere da parte oltre 500 milioni di lire l’anno, in base a quanto sostiene il Commissariato dell’Emigrazione.

Gli italiani, attraverso la colonizzazione agricola a Santa Fé, Chaco Australe, Cordoba, Buenos Aires, Entre Rios, Mendoza, Nuova Roma, Esperanza, San Carlos, hanno scritto uno dei capitoli più riusciti dell’intera storia dell’Argentina. Inoltre, essi introdussero la coltivazione della vite nelle province di Cordoba e Mendoza (nel 1910, a Mendoza si contavano 780 cantine e 675 distillerie, quasi tutte di italiani). In Brasile, negli stati di San Paolo e Minas Gerais, si diffuse il sistema della fazenda per la coltivazione del caffè o del cotone.

Nell’inchiesta del 1901, il commissario A. Rossi descriveva così la situazione delle fazendas in cui venivano impiegati gli italiani: «Anche nelle aree più favorevoli e sotto padroni puntuali nei pagamenti e privi di figli o amministratori che violentino le donne e frustino gli uomini, le condizioni economiche del colono e della sua famiglia prescindono da innumerevoli sacrifici: carenza assoluta di scuole e chiese, distanze notevoli da qualsiasi centro abitato, prezzi elevatissimi per effettuare visite mediche e acquistare medicine, disciplina che fa spesso somigliare una fazenda a una colonia di condannati a domicilio coatto». Nonostante il regime rigido della fazenda, gli italiani sono riusciti a costruire un vasto tessuto artigianale e industriale, che in seguito ha permesso il decollo economico dello stato di San Paolo. Le pagine più belle della colonizzazione italiana, però, le troviamo nel Brasile meridionale, in particolar modo nel Rio Grande do Sul, dove i nomi delle città, la lingua, i costumi e il folclore costituivano l’espressione quotidiana di un’ italianità profonda. Anche nell'America occidentale, l'emigrazione italiana, ha avuto esiti positivi in svariati ambiti: dal lavoro nei campi, alla coltivazione della vite, dalla pesca, al piccolo commercio.

Nel 1910 vi erano 2.500 aziende agricole italiane; inoltre, nel 1908 in California, erano presenti ben 5 banche italiane (risultato notevole se consideriamo che nel  medesimo periodo le banche a New York erano inesistenti) tra le quali, la più famosa è la Bank of America (in precedenza chiamata Bank of America and Italy). Inoltre, nella parte orientale dell'America, troviamo numerose colonie italiane, tra le tante le più importanti sono: la Italian Swiss Colony di Asti (California); la Italian Vinayard Co. di Cucamonga (California); e ancora, le colonie di Napa Valley (Sonoma), Santa Clara Valley (Mendoncino) e infine Joaquin Valley (Monterrey).

Uno degli aspetti più tragici dell'emigrazione è stato lo sfruttamento dei minori. Infatti, tra l'Ottocento e il Novecento, decine di migliaia di bambini, venivano venduti a poco prezzo (100 lire l'uno) a trafficanti che li rivendevano alle miniere americane, ai cantieri svizzeri o alle vetrerie francesi. Solo negli Stati Uniti, tra l'Ottocento e il Novecento, la stima di minori italiani d'ambo i sessi definiti vagabondi, da cui si originano poi i fenomeni della delinquenza e della prostituzione, è di 80.000. Questi bambini e ragazzi vivono tutti in condizioni di sfruttamento: si inizia con il raccogliere legna o carbone, vendendo giornali per strada, portando il lavoro dalla fabbrica  a casa, costretti a passare il loro tempo per le strade, anziché andare a scuola, per arrivare a lavori poco onesti.

La storia dell'emigrazione italiana è segnata anche da grandi tragedie e da dolorosi lutti, dovuti a volte a calamità naturali, ma nella maggior parte dei casi dovuti a errori umani evitabili legati allo sfruttamento. Ne  è un esempio la strage di operaie consumatasi a New York il 25 Marzo del 1911, quando un incendio colpì gli ultimi piani di un edificio che ospitava una camiceria, dove lavoravano in condizioni disumane (intrappolate nell'edificio con le porte sbarrate dall'esterno) 500 donne. 146 furono le vittime, di cui 39 italiane.

Gli emigrati italiani in Europa, invece, hanno lavorato nelle miniere o nelle fabbriche. I primi tempi sono stati duri per tutti, nessuno conosceva la lingua, e inevitabilmente, dovevano accettare anche lavori più umili, lavori per i quali non era necessario saper parlare.