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Da paese di migranti, a paese meta di immigrati e poi la nuova emigrazione italiana. Stavolta se ne vanno i giovani, quelli che "hanno studiato" e non se ne vanno solo per motivi economici, ma anche per cercare altrove meritocrazia, finanziamenti per un progetto, un posto di lavoro equamente retribuito...

L’emigrazione italiana in questi anni per diversi motivi non si è mai fermata, e negli ultimi anni, complice una situazione economica critica che una crisi che perdura almeno dal 2008, il flusso dei giovani che se ne vanno è aumentato. Giovani sotto o appena sopra i 30 anni, partono soprattutto verso i Paesi dell’Unione Europea. Anche se non esistono dati certi sul numero effettivo di italiani che vivono e lavorano in terra straniera, un dato ufficiale proviene dall’AIRE, Anagrafe Italiani Residenti all’Estero, secondo cui nel 2012 (ultimo dato disponibile) risiedeva all'estero il 7% della popolazione italiana, con un aumento del 30% rispetto al 2011.

Giovani EmigrantiIl 62,4% di chi parte ha scelto di trasferirsi in un paese dell’Unione Europea. I dati fanno però riferimento solamente agli emigrati regolarmente iscritti al registro AIRE, basato su segnalazioni spontanee, che si stima rappresentino solo un quarto dei residenti oltralpe. Ci è capitato di conoscere moltissimi ragazzi, per esempio in Inghilterra, che anche dopo anni non si erano ancora iscritti all'AIRE.

Se confrontiamo questi dati con quelli dell'ISTAT e di altri enti che si occupano del fenomeno migratorio italiano, emerge che i giovani vanno a cercare migliori opportunità in Paesi come la Gran Bretagna (13,5%), la Germania (11,5%), la Svizzera (9,5%), la Francia (9%), gli Stati Uniti (8%) e, in misura minore, in altre 150 nazioni.

Certo, i dati e i numeri possono dare una immediata visione della grandezza del fenomeno, ma quanti si chiedono quanto costa una tale "fuga" allo Stato italiano. Proviamo a fare due conti. Se teniamo conto che la gran parte dei moderni emigranti sono laureati o in ogni caso diplomati qualificati che se ne vanno dall'Italia alla ricerca di opportunità migliori, dobbiamo provare a calcolare quanto costa a uno Stato come il nostro fare crescere un ragazzo, farli fare tutte le trafila di anni e anni di scuola e poi di università fino alla laurea. In più per quantificare in termini economici l’impatto di tutto questo è sufficiente calcolare il costo che lo Stato italiano sostiene per formare un giovane, e il mancato guadagno derivante dal fatto che non eserciterà la sua attività lavorativa in Italia.

Ipotizzando che il costo per la crescita e la formazione di un ragazzo fino ai 25 anni sia mediamente pari a 600 euro al mese, le famiglie si fanno carico di un investimento che va dai 180.000 ai 200.000 euro, a cui va sommata una quota pro-capite di spesa pubblica per istruzione, sanità e servizi vari di 200.000 euro per chi frequenta un iter formativo completo fino alla laurea. Calcolando tutto questo, ogni persona che se ne va dall'Italia dopo essersi laureata rappresenta una perdita di 380.000-400.000 euro di investimento pubblico e privato. Moltiplicando tali importi per 200.000, che è la stima degli espatri dall'Italia previsti nei prossimi anni, si possono ipotizzare 70-80 miliardi di euro di perdite in termini di patrimonio umano, ossia persone che vanno a produrre valore e sviluppo altrove.

Questo bastrebbe a fare riflettere in molti sul danno che questo esodo comporta, ma non è tutto: se vogliamo fare i calcoli per bene bisogna contare che le persone che se ne vanno resterano produttive per l'intera loro vita lavorativa, stimata in circa 40 anni. Se attribuiamo a ogni persona un valore lordo di produzione di circa 50.000 euro all'anno (una stima nettamente al ribasso, visti gli stipendi e la progressione di carriera che si possono avere all’estero), ogni persona che se ne va e si stabilisce definitivamente in un altro Paese porta con sé un PIL pro-capite potenziale di 2 milioni di euro.

Inoltre, al flusso di manodopera qualificata in uscita si sostituisce quello di manodopera tutt'altro che qualificata in entrata. Anche quando ci sono emigranti qualificati che raggiungono l'Italia, non si fermano qui, come abbiam già sentito in tanti dibattiti pubblici, televisi e non, ma se ne vanno a migliorare la situazione di Paesi, già più competitivi di noi, del Nord Europa.

A parte le immancabili nostalgie del nostro "Bel Paese" di chi sta lontano dall'Italia, la maggior parte dei giovani che riesce a mettere radici all'estero, che vede le proprie opportunità fiorire, non pensa a ritornare e quando risponde alla domanda "Tornerai?", risponde con un amaro "Non credo."