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Avete mai provato a guardare negli occhi un ragazzo straniero? A indagare l’espressività del suo volto? Cosa ci avete visto?
Io l’ho fatto, una sera, mentre la macchina di suo padre era rimasta in panne ed i miei genitori si sono prodigati per offrirgli aiuto. Forse la vera umanità è semplice, forse è proprio questo, dare una mano a chi ne ha bisogno.
Mohammed ed Omar sono, rispettivamente, padre e figlio; Mohammed è arrivato in Italia, dal Marocco, alla fine degli anni ’80 del secolo scorso ed ha sempre lavorato come venditore ambulante. Suo figlio Omar ha appena 16 anni, è venuto in Italia l’anno scorso, insieme a sua madre ed ai suoi fratelli, per raggiungere il padre, che ha vissuto più di vent’anni da solo nel nostro Paese, lontano dai suoi cari e dalla sua terra. 
Questa è una delle tante storie di ordinaria immigrazione in Italia... 
Mio padre non conosceva Omar e suo padre, ma rientrando a casa, si è accorto che la loro macchina non partiva, in quel momento non si è limitato a far finta di niente, ma si è fermato ed attraverso un caricatore di batterie, è riuscito a far riavviare quell’automobile, che rappresenta il posto di lavoro di Mohammed. Mia madre, vedendo la scena e vedendo che dentro l’auto c’era un ragazzo, ha deciso di offrire loro un bicchiere di the caldo. E’ stato in quel momento che li ho visti davvero. Vediamo sempre venditori ambulanti in giro, ma non li guardiamo davvero in fondo. La prima cosa che mi ha colpita è stata la loro educazione e riservatezza, i loro sinceri ringraziamenti.
 
ambulanti in Italia
Viviamo in una società multiculturale, ma spesso ci viene istintivo allontanare gli immigrati, cerchiamo di evitarli,  di deviare il loro sguardo (ragionamento che, come avrete capito, non vale per tutti e di certo non per i miei genitori, che fanno dell’accoglienza un valore di vita). 
Io, invece, quella sera, lo sguardo di un giovani immigrato l’ho indagato, l’ho scrutato, per cercare di capire cosa si celasse dietro a quegli occhi di un padre e di un figlio, così diversi, eppure così simili, occhi profondi ed espressivi, a tratti malinconici. Mentre parlavano, osservavo quel ragazzo e cercavo di parlare con lui, il suo italiano è molto elementare, ma è riuscito a farsi capire. Appena arrivato in Italia, Omar si è iscritto a scuola, ma non conoscendo l’italiano e non essendoci classi per stranieri, è stato ammesso alla prima media e si è ritrovato con compagni molto più piccoli di lui, sia d’età, che di corporatura, essendo alto quasi un metro e ottanta. Omar mi ha spiegato il suo disagio a frequentare le lezioni, in questo contesto, ed infatti non appena ha compiuto 16 anni ha deciso di non andare più a scuola. Ora aiuta suo padre, quando si sposta da paese in paese, a vendere i suoi prodotti. 
 
Un giorno un signore mi disse: “Nella mia vita faccio tanti sacrifici, perché voglio che mio figlio studi, per non fare il mio mestiere, ma per diventare migliore di me”. Vedendo quella sera, quel padre e quel figlio, mi sono riaffiorate alla mente quelle parole, chissà se quel marocchino, qualche volta, nella sua vita, ha pensato la stessa cosa, chissà cosa prova ora, nel vedere suo figlio svolgere il suo stesso lavoro, nel vedere che tanti anni di sacrifici, lontano dai propri affetti, alla fine, hanno portato a questo. 
 
Osservando il comportamento di quel ragazzo, appariva evidente il suo disagio, a parlare con noi, la sua vergogna, mentre diceva di aver lasciato la scuola, di dover lavorare, di aver stretto rapporti di amicizia, esclusivamente, con ragazzi marocchini. Vedendo i suoi occhi, che cercavano di schivare i nostri sguardi, ho pensato chissà quante volte i nostri ragazzi italiani, emigrati in tutto il mondo, abbiano provato lo stesso imbarazzo. Chissà quante volte gli emigrati italiani si sono sentiti esclusi, inadeguati, inferiori, rispetto ad una società che non li accettava così, per come erano e che forse non li avrebbe mai accettati. In generale, perché in ogni emigrazione nel corso della storia, queste persone sono state considerate inferiori? Perché stavano scappando da fame e miseria? Perché erano portatori di malattie infettive? Perché queste persone facevano e fanno paura? Perché continuiamo ad evitarli?
 
Forse non avremo mai una risposta ai nostri quesiti, siamo come sempre spaventati da ciò che è diverso da noi, vogliamo stare lontani dalla sofferenza, non guardarla per far si che non esista. Pure non essendo praticante, amo molto questo Papa, che ha detto "La cultura dello scarto tende a diventare una mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona, non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se la persona è povera o disabile, se non serve ancora come il nascituro, o non serve più come l'anziano. Vorrei che prendessimo l'impegno contro la cultura dello spreco, per una cultura della solidarietà e dell'incontro (2013).”.
 
Certo ci troviamo un po’ tutti a combattere quotidianamente per rimanere in piedi, però è anche vero che, molti degli immigrati che giungono in Italia, così come i nostri antenati, che giungevano in America, si impegnano per lavorare e per produrre. Un venditore ambulante trascorre un’intera giornata fuori casa, sia d’estate che d’inverno, sotto il sole, sotto la pioggia, senza chiedere niente a nessuno. 
 
Guardando quel ragazzo e suo padre che stavano rientrando a casa, di sera, mi sono chiesta se  riusciremo mai a guardarli negli occhi, senza il nostro bigottismo, senza la nostra aria di superiorità, ma soprattutto quanto ci vorrà a quel ragazzo per integrarsi con i suoi coetanei italiani? 
 
Forse solo chi ha vissuto l’emigrazione può comprendere l’immigrazione, solo chi quegli sguardi altezzosi li ha visti su di sé, può evitare di lanciarli verso gli altri, solo chi comprende che, in questo mondo siamo tutti uguali, senza distinzione alcuna, potrà capire che, aiutando il prossimo, sta aiutando anche sé stesso. Le storie dei nostri emigrati ci devono far riflettere non dobbiamo dimenticarle, la storia siamo noi, siamo noi padri e figli, la storia non ha nascondigli … la storia è un cerchio ed è sempre bene sapere a che punto siamo…
 
A te straniero, se passando mi incontri e desideri i parlarmi, perché non dovresti farlo? E perché non dovrei farlo io?”
(Walt Whitman)